Rimango perplesso davanti a un testo che sembra uno scherzo dell'autore.
Da un lato, il motivo centrale ci rimanda ai racconti tradizionali, ricchi di fantasia e di personaggi e fatti impossibili. Ma poi l'autore affida il racconto a un ragazzo che scrive le sue memorie con un linguaggio che oscilla tra l'infantile e il maturo, spostandoci così verso il genere memorialistico (il falso memorialistico, certo). Inoltre, vengono inseriti diversi elementi storici (la guerra con i turchi, l'esilio degli ugonotti, i viaggi del capitano Cook) che difficilmente combaciano tra loro (anzi, non combaciano affatto) e ci trascinano in una cronologia impossibile (volutamente, immagino), a cavallo tra il Seicento e il Settecento.
Tutto sommato, Il visconte dimezzato si sottrae a una classificazione in un genere preciso; al massimo, potrei dire che si tratta di una fantasticheria, un gioco letterario in cui l'autore non ha cercato altro che divertirsi e al lettore non resta che godersi le parti di questo gioco che riesce a capire.
Mi è piaciuta, in particolare, la trattazione dedicata alla guerra, con descrizioni tra il ridicolo e l'assurdo: i cavalli che muoiono supini o proni pur di evitare che le budella fuoriescano; le dita tagliate che indicano la strada; la polvere da sparo, così scarsa che si deve recuperare setacciando la terra dei campi di battaglia; l'imperatore e i marescialli, con tanti spilli tra le labbra per segnare le mappe, costretti a parlare mugolando (mugolando!).
L'episodio militare si chiude con il brutale dimezzamento del visconte e con la sua miracolosa salvezza per mano dei medici dell'esercito imperiale. Ed è qui che comincia veramente la storia, con quel fatto che la vecchia balia dei Terralba capisce subito: la metà sopravvissuta di Medardo è quella malvagia. Ma poi risulterà che anche quella buona, con tutta la sua bontà, creerà problemi agli abitanti del suo feudo (o forse dovrei dire del loro feudo, visto che ci saranno due Medardi, il Gramo e il Buono): niente interpretazione semplicistica del bene e del male, dunque.
Ho trovato deliziosa l'incoerenza degli ugonotti che, pur non ricordando in cosa consista la loro fede (nella fuga dalla Francia hanno perso i libri sacri che la definivano e dimenticato i precetti che la distinguevano), si sforzano di mantenerla. O forse questo è un segno di coerenza, poiché la fede non ha niente a che vedere né con la ragione né con la logica.
Anche il sistema di comunicazione usato dai due Medardi l'ho trovato notevole: oggetti o animali, posti in un luogo dove sarebbero stati trovati, che offrivano un messaggio da interpretare. Un sistema che avevo visto soltanto in un racconto de Le mille e una notte.
Molto interessante, d'altro canto, è l'auto-giustificazione che il Gramo elabora quando inizia ad argomentare che solo dopo essere stato dimezzato si è sentito completo (e che dimezzare tutti coloro che incontra sarebbe poco meno che un atto di carità). Si potrebbe interpretare come un'allusione al fatto che tutti interpretiamo il mondo attraverso le nostre esperienze, tendiamo a credere corretta questa nostra interpretazione e, di conseguenza, giustifichiamo le esperienze che ci hanno portato a questa visione del mondo.
A mio avviso, dietro a questa apparenza sconcertante, Calvino ha nascosto (un po' come i messaggi criptici dei Medardi) una lunga serie di spunti di riflessione, ma anche tanti scherzi (giochi di parole, riferimenti velati, allusioni a fatti o persone reali, ad altre opere letterarie...). Sembra a prima vista scritto per bambini, ma in fondo Il visconte dimezzato è un'opera molto complessa.